a cura di Valentina Milano Direttrice Enso Universe

Come la resina più maleodorante del mondo mi ha insegnato il principio della trasformazione profonda
La prima volta che aprii un barattolo di assafetida in polvere, la richiusi immediatamente.
L’odore era così intenso, così pungente, così lontano da qualsiasi idea di “medicina” che avevo in mente, che la mia prima reazione fu di mettere il barattolo il più lontano possibile dalla mia scrivania.
Poi tornai a guardarlo. Avevo appena letto un passaggio del Gyü Zhi che classificava questa resina — il shing kun tibetano — come uno dei medicinali più potenti per il sistema nervoso dell’intera farmacopea himalayane. E nel corpus della medicina ayurvedica l’hing — lo stesso prodotto, stesso nome diverso — era descritto come rimedio fondamentale per l’asse digestivo-nervoso.
Due delle tradizioni mediche più antiche e più studiate al mondo, da due parti del continente asiatico, che descrivevano la stessa cosa nella stessa categoria terapeutica.
Riaprii il barattolo. E stavolta lo tenni aperto.
Il paradosso come principio terapeutico
L’assafetida mi ha insegnato qualcosa che va molto oltre la fitoterapia.
Mi ha insegnato che la cosa più preziosa si nasconde spesso dietro l’apparenza più scomoda. Che il rimedio più efficace è spesso quello che istintivamente vorremmo evitare. Che il naso — come molti altri giudici superficiali — mente sull’essenza delle cose.
I Romani la chiamavano laser e la usavano per tutto: era la spezia più diffusa nella cucina dell’Impero, il rimedio di punta nella medicina di Galeno, un ingrediente nei profumi e nelle preparazioni rituali. Poi, con la caduta di Roma e l’isolamento dell’Europa medievale dalle rotte commerciali orientali, l’assafetida scomparve progressivamente dall’Occidente.
E l’Occidente dimenticò una medicina straordinaria.
Nel resto del mondo, però, nessuno la dimenticò. In India l’hing è ancora oggi in ogni cucina, in ogni famiglia, in ogni farmacia ayurvedica. In Iran e Afghanistan è ancora coltivata e raccolta artigianalmente. In Tibet è ancora prescritta dagli amchi per gli stessi disturbi per cui la usavano duemila anni fa.
Shing kun nel Gyü Zhi
Quando approfondii lo studio del shing kun nella medicina tibetana, trovai una descrizione che mi colpì per la sua precisione clinica.
I testi lo classificano come potente medicina loong — specificamente indicata per i disturbi del cuore di origine nervosa, per l’ansia, per le palpitazioni, per gli spasmi della muscolatura liscia di origine emotiva, per i disturbi digestivi causati dallo stress.
Il profilo che emergeva era quello di una pianta che agisce sull’asse nervoso-digestivo — quello che oggi la neuroscienza chiama asse intestino-cervello, ma che i medici tibetani descrivevano come la connessione tra il “secondo cervello” del ventre e il sistema nervoso centrale.
E c’era un dettaglio che mi tornò in mente ogni volta che lavoravo con pazienti ansiosi: l’assafetida, nel sistema tibetano, non era prescritta per sedare il sistema nervoso. Era prescritta per riequilibrarlo. Non abbassava il livello di attivazione — lo normalizzava. Non induceva torpore — restituiva la capacità di rilassarsi quando il rilassamento era appropriato, pur mantenendo la presenza quando era necessaria.
Questa distinzione — tra sedare e riequilibrare — è diventata una delle fondamenta del mio approccio terapeutico.
La pandemia dimenticata
C’è un fatto storico che pochi conoscono e che mi ha sempre affascinato: l’assafetida fu uno dei rimedi più usati durante la pandemia di influenza spagnola del 1918 — la più letale della storia moderna, con oltre 50 milioni di morti.
In un’epoca in cui non esistevano antivirali né antibiotici, i medici di tradizione erboristica usavano quello che avevano. E l’assafetida, con le sue proprietà antivirali, antibatteriche e immunomodulanti, era tra i rimedi che mostravano i risultati più significativi.
Ricerche successive hanno identificato nella radice di Ferula assa-foetida composti capaci di inibire il virus H1N1 — lo stesso ceppo della spagnola. La tradizione aveva intuito qualcosa che la scienza ha poi confermato a distanza di un secolo.
Il momento in cui tutto si connesse
Stavo lavorando con un cliente — lo chiamerò Marco — che presentava un quadro classico di quello che la medicina tibetana chiamerebbe loong squilibrato: ansia generalizzata, tachicardia funzionale, colon irritabile, insonnia da tensione nervosa, incapacità di rilassarsi anche nei momenti di pausa.
La medicina convenzionale lo aveva etichettato come “paziente ansioso” e gli aveva offerto benzodiazepine. Lui le rifiutava — non per ideologia, ma per l’esperienza concreta che ogni volta che le assumeva si sentiva svuotato, non quieto.
Voleva qualcosa che lo aiutasse a ritrovare un equilibrio reale, non un’anestesia temporanea.
Costruii un protocollo centrato sul shing kun — l’assafetida — in combinazione con altri rimedi loong-pacificatori. Nei quarantacinque giorni successivi il quadro si trasformò gradualmente. La tachicardia funzionale si normalizzò. Il colon irritabile migliorò significativamente. Il sonno tornò profondo.
Marco non era “guarito dall’ansia” — l’ansia come risposta adattiva è sana e necessaria. Era tornato in grado di regolare la propria risposta nervosa. Il sistema aveva recuperato la sua intelligenza originaria.
Quella esperienza consolidò la mia certezza che l’assafetida dovesse essere uno degli ingredienti cardine di Myalò — la formula che stavo costruendo pezzo per pezzo, studio dopo studio, cliente dopo cliente.
L’assafetida in Myalò non è presente come semplice carminativo. È presente come loong-pacificatore — la pianta che parla direttamente al sistema nervoso autonomo, che agisce sull’asse intestino-cervello, che riequilibra senza sedare.
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